Crea sito

Legambiente, la sfida dell’economia circolare: dai rifiuti un aumento di Pil del 7%

Ma in Italia l’attenzione è concentrata su poco più del 10% degli scarti. La denuncia dal report Materia Rinnovata presentato al Forum rifiuti: “Vengono sprecati milioni di tonnellate di materiali che potrebbero alimentare l’economia”

di Antonio Cianciullo
Secondo la Ellen MacArthur Foundation e il McKinsey Center for Business and Environment l’economia circolare vale per l’Europa un aumento del 7% del Pil. Bruxelles ci crede e a dicembre ha pubblicato un pacchetto di misure che, secondo i calcoli della Commissione, produrranno risparmi annuali pari a 600 miliardi di euro, 580 mila nuovi posti di lavoro, un taglio del 2-4 % delle emissioni serra. Quanti di questi benefici riuscirà a intercettare l’Italia? Una risposta viene dallo Short Report Materia rinnovata. Quanto è circolare l’economia: l’Italia alla sfida dei dati,  elaborato dalla rivista Materia Rinnovabile (Edizioni Ambiente)  presentato al Forum Rifiuti di Legambiente. Eccone un estratto.

Il potenziale di risparmio economico, energetico e ambientale che l’economia circolare può mettere a disposizione è formidabile. Secondo la Commissione europea se il 95% dei telefoni cellulari fosse raccolto, si potrebbero generare risparmi sui costi dei materiali di fabbricazione pari a oltre 1 miliardo di euro. Se si passasse dal riciclaggio alla rimessa a nuovo dei veicoli commerciali leggeri, si risparmierebbero materiali per un valore di oltre 6,4 miliardi di euro l'anno e 140 milioni in costi energetici, riducendo inoltre le emissioni di gas serra di 6,3 milioni di tonnellate. Se partissero le politiche previste dal Pacchetto sull’economia circolare, si taglierebbe una buona parte degli sprechi alimentari che in Europa valgono 180 chili a testa ogni anno: un terzo del totale del cibo prodotto.

Cosa serve per rendere reali queste potenzialità? Noi utilizziamo ogni anno enormi quantitativi di materia che vengono prelevati dalla natura con grande impiego di energia, di acqua, di territorio e inseriti in un ciclo complesso di trasformazione; un percorso lungo il quale, sotto la forma di merci, ci rendono dei servizi, ad esempio permettendo di leggere questo scritto o di parlarne con qualcuno che sta lontano.

Possiamo disinteressarci delle conseguenze della nostra azione di acquisto, dell’impatto che la materia che abbiamo comprato avrà sulla nostra stessa vita o su
quella dei nostri vicini? E se ne può disinteressare chi con quell’oggetto ha realizzato i suoi guadagni? La risposta dell’Unione europea è un no netto: c’è una responsabilità comune e diversificata. Chi immette la materia sul mercato si assume la responsabilità del suo intero ciclo di vita, compreso il momento in cui la carta o lo schermo su cui state leggendo queste parole cesserà di essere utile e sentirete il bisogno di sbarazzarvene. Chi ha comprato una merce si assume la responsabilità dell’atto con cui si libera dell’oggetto che non intende più utilizzare.

In Italia nel 2013 sono stati prodotti 161 milioni di tonnellate di rifiuti: un grande afflusso di materia potenzialmente rinnovabile. Quanta è stata effettivamente
rinnovata? La domanda, in tempi di sostenibilità declamata, suona ovvia. Ma la risposta non è scontata: le difficoltà che si incontrano nel fornire un dato realmente affidabile la dicono lunga sulla strada che c’è ancora da fare. Per una parte di questi rifiuti il quadro è più chiaro. E’ la parte governata dai sistemi
collettivi, strutture (talvolta obbligatorie, talvolta volontarie) create dai comparti industriali responsabili di una certa materia. Questi comparti (imballaggi, batterie,
pparecchi elettrici ed elettronici, oli, pneumatici) si organizzano per gestire o finanziare sia la raccolta differenziata che l’avvio al riciclo o al recupero energetico
dei prodotti di cui hanno la responsabilità. Hanno – nella maggior parte dei casi – dati trasparenti, alti livelli di valorizzazione, leggibilità dei trend in corso. Il meccanismo è perfettibile ed è in corso un dibattito su un loro possibile miglioramento, ma i risultati sono già quasi sempre buoni e l’obiettivo chiaro: ridurre il più possibile l’impatto ambientale del momento di fine vita delle merci e recuperare risorse preziose.

Parliamo però di poco più di un decimo del totale dei rifiuti. Andando a cercare gli altri nove decimi, vediamo che esistono situazioni molto differenziate. Aree che si autoregolano bene perché esiste una convenienza di mercato e la materia trova subito un acquirente (ad esempio materiali ferrosi e rame). Aree solo parzialmente tracciate come quella dell’organico (che viene monitorato nei rifiuti urbani, dove infatti esiste già un’economia di valorizzazione legata al compost, e non monitorato con dati aggregati nei rifiuti provenienti dal settore agroindustriale). Aree sfuggenti (ad esempio i rifiuti da demolizione) in cui tuttavia s’intravede la possibilità di un salto verso una maggiore capacità di recupero della materia.

Uno dei nodi da sciogliere è che mentre per i rifiuti urbani sappiamo quasi tutto e il dato è sostanzialmente omogeneo in Europa (il totale pro capite medio europeo nel 2013 è stato di 481 chili all’anno: di questi 147 kg, il 30,5%, vanno in discarica; 131 kg, il 27,2%, al riciclo; 122 kg, il 25,3%, all’incenerimento; 71 kg, il 14,7%, diventano compost; i numeri per l’Italia sono simili) per altri settori le informazioni sono molto meno precise.

Lo ricorda Massimo Centemero, direttore del Cic (Consorzio italiano compostatori): “Noi siamo riusciti a recuperare il 43% della frazione organica dei rifiuti urbani
trasformandola in un milione e mezzo di tonnellate di compost. Ma ci sono flussi enormi di materia organica, milioni di tonnellate che sfuggono ai radar perché non compaiono nei dati aggregati delle statistiche. Ogni comparto del settore agroindustriale si muove in maniera autonoma seguendo logiche precise: l’industria
agrumaria smista i suoi prodotti di scarto a chi li trasforma in pannelli per la mangimistica, i graspi del settore vinicolo vanno alle caldaie, i residui di lavorazione
del latte entrano nella componentistica dei mangimi”. Operazioni non certo illegittime ma spesso difficilmente tracciabili.

Un difetto d’informazione che potrebbe rivelarsi controproducente in un’era tecnologica in cui il valore degli scarti organici sta crescendo. Oggi ad esempio
alcuni di questi prodotti potrebbero alimentare bioraffinerie in grado di attivare un circuito a cascata in cui dagli scarti di una lavorazione si ottiene la materia prima per la lavorazione successiva producendo, lungo il corso di questo processo articolato, componenti per la farmaceutica e la cosmetica, biolubrificanti, plastificanti, oli, energia. Siamo sicuri di stare utilizzando al meglio le potenzialità del sistema Italia?

Senza un quadro generale delle quantità di sostanza organica in circolazione e del loro valore si rischia di sprecare una risorsa preziosa. Mentre riuscire a organizzare al meglio questi flussi vuol dire, ad esempio, ottenere la materia prima per il comparto della chimica verde. Un comparto che vede l’Italia giocare un ruolo di primo piano a livello globale; che rappresenta la parte tecnologicamente più avanzata della bioeconomia che in Europa vale 2 mila miliardi di euro; e che ha una formidabile prospettiva di crescita: secondo le previsioni Ocse nel 2030 il 35% dei prodotti chimici e dei materiali deriverà da fonti biologiche.